Il CRES, una clinica diffusa che salva le tartarughe marine

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Con le pinne “Crash” tocca le pareti della vasca, quasi volesse arrampicarsi. Galleggia con un piccolo angolo acuto rispetto alla superficie. Sarà necessario ancora un po’ di tempo per recuperare completamente l’equilibrio. Poi si immerge, raggiunge lo zerro sul fondo e lo fa sparire fra le fauci, generando nell’acqua un’effimera macchia scura.

“L’abbiamo chiamata Crash perché è arrivata qui a causa di uno sfortunato scontro con l’elica di un’imbarcazione, che le ha causato la frattura del carapace”, racconta Andrea Camedda, biologo marino del CNR e uno dei ricercatori impegnati nelle attività del CRES, il Centro di Recupero del Sinis. Grazie a una collaudata staffetta dalla Marina protetta di Tavolara Crash è stata trasportata qui, fra le stanze affacciate sul magico ed esile arco della penisola, oggi battuta da un impetuoso vento di ponente che solleva e schianta le onde sulla scogliera.

“Accogliamo tartarughe provenienti da tutte le aree marine della Sardegna. Il CRES è uno dei luoghi di quella che mi piace chiamare clinica diffusa. Tutti collaborano nella cura, il CNR, l’Area Marina Protetta, la clinica Duemari di Oristano, dove le caretta caretta vengono visitate in prima istanza. Siamo l’unico centro nel Mediterraneo a sottoporle alla tac”, spiega Andrea De Lucia, biologo marino specializzato in conservazione e specie protette, e responsabile del CRES.

Crash è in compagnia di Genoveffa, Gavino e Freezer, tartaruga alligatore d’acqua dolce. Genoveffa e Gavino soffrono di una disfunzione metabolica che mina tutta la struttura ossea. La pigmentazione del carapace mostra come la guarigione sia ancora imperfetta. Anche loro, come Crash, si fanno trasportare in circolo dal flusso d’acqua immesso nelle vasche. Un’ottima terapia per i muscoli. Freezer, invece, giace come un sasso sul fondo della vasca. Non si agita come le altre degenti con la presenza di Camedda e De Lucia, ricondotta automaticamente al cibo. Aspetterà il buio e il silenzio per dedicarsi al suo zerro.

Palamiti, eliche e lenze lacerano le carni. La plastica, confusa con pesci e meduse, crea pericolosi blocchi intestinali. Condizioni critiche risolvibili in poche settimane, se affrontate per tempo e con professionalità. Dopo la diagnosi e il primo intervento presso la clinica Duemari sono De Lucia e Camedda a portare avanti la terapia, a disinfettare le ferite con il betadine, a controllare filtrazione dell’acqua e pulizia delle vasche. La “clinica diffusa” garantisce spazio ed elasticità degli interventi, rendendo possibile l’accudimento, in caso di emergenza, di venti esemplari nelle diverse strutture.

“Non è un caso se la Comunità Europea ha scelto la caretta caretta come indicatore dello stato di salute dei mari, in riferimento alle plastiche. Il 100% degli esemplari che ospitiamo ne ha ingerito quantità più o meno significative. Ricordo ancora l’episodio che ci fece aprire gli occhi sul fenomeno. Era il 2007, e una delle nostre ospiti espulse il punteruolo di un ombrellone da spiaggia”, ricorda De Lucia, che aggiunge: “Dobbiamo tenere presente anche gli altri tipi di inquinamento, meno visibili ma altrettanto nocivi, come quello portato dai metalli pesanti”.

Il CRES, costituito dall’Area Marina Protetta Sinis – Isola di Mal di Ventre (Comune di Cabras) e l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero del CNR, ospita conferenze e aperitivi scientifici. In primavera e d’estate si apre alle visite di cittadini e turisti, accoglie le scuole per giornate di educazione ambientale. Negli anni il numero delle tartarughe accolte e curate è andato aumentando. La ragione è semplice, i cambiamenti climatici hanno reso il mare sardo più caldo, gli inverni miti creano condizioni favorevoli per la nidificazione.

Crash verrà liberata con ogni probabilità in Ottobre, restituita alle acque di Tavolara quando l’autunno avrà portato via la moltitudine di scafi ed eliche. “Dobbiamo mantenere il distacco, il più possibile. Non possiamo imboccarle, né accarezzarle”, dice Camedda. “Loro cambiano, si adeguano. Non è mancanza empatia, al contrario. Un animale troppo abituato alla relazione gli uomini potrebbe trovare difficile il distacco. È capitato che un esemplare continuasse a nuotare intorno al gommone che lo aveva portato a largo. Perderebbero l’istinto per il pericolo, la sociabilità le metterebbe a rischio. Noi invece le vogliamo sane, e libere”.