Un esempio di sostenibilità, l'azienda di Paolo Pinos ad Arborea

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“È cominciato tutto nel 1929 con i miei nonni, un impiegato del comune di Venezia e una casalinga arrivati alla stazione di Marrubiu, dove gli affidarono un carretto, due buoi, due mucche, due maiali e qualche gallina. Erano sostanzialmente dei deportati, figli della grande crisi del ’29. Si stabilirono qui, in questa casa. Al piano di sopra viveva il fattore. Sotto due famiglie di coloni. Non sapevano nulla di agricoltura e mezzadria”.

Il giardino dove Paolo Pinos racconta la storia della sua azienda è molto diverso dal paesaggio accompagnato dalla propaganda iperbolica dell’Istituto Luce: “Sterminate distese sabbiose attraversate dai venti infidi, acquitrini in cui la malaria tesseva quotidianamente trame di morte, spettrali cavalcate di dune, il lugubre volto di questa plaga desolata. Rarissimamente si animava, timoroso di venir meno, vivendo, a un inesorabile comandamento della natura. Qualche capanna di paglia secca, una dozzina di predestinati dediti alla pesca e alla pastorizia, e sulla loro presaga rassegnazione, l’ombra di un destino”. L’erba, le magnolie, le araucarie, i gelsi, le camelie e i cipressi circondano le geometrie dell’edificio coloniale. Sulla scacchiera romana delle strade intorno passano frequenti camion carichi di merce o trattori, lenti e solitari. La bonifica, cominciata in epoca giolittiana, terminò nel 1928. “Villaggio Mussolini” diventò “Mussolinia di Sardegna”, comune autonomo gestito da prefetto e podestà, nel 1930. Sarebbe diventata Arborea con la caduta del regime fascista, nel 1944, conservando nel toponimo l’immagine della rinascita. Nel 1950 molte famiglie abbandonarono l’ex colonia per tornare in Veneto, Friuli e Lombardia. Lo spopolamento coincise con la diminuzione del numero delle aziende e con l’aumento dei membri familiari impiegati all’interno di quelle rimanenti. I Pinos decisero di restare, andando a comporre quel mosaico di cognomi, volti e accenti che vivono nell’identità di Arborea.

“Ho preso in mano l’azienda diciotto anni fa, con la scomparsa di mio padre. Ho sempre voluto farlo, fin da piccolo. Già a quattordici anni, mentre frequentavo l’istituto agrario, prendevo parte alle attività. Ma ho sempre avuto un approccio diverso rispetto alla tradizione italiana. Diciamo che ho il piede sul freno, non sull’acceleratore. Ho sempre visto l’agricoltura all’interno di un piano organico di sostenibilità”, spiega Pinos, membro del consiglio di amministrazione della Cooperativa Produttori Arborea, del consiglio di difesa sulle produzioni intensive e fino a tre mesi fa delegato della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli). Gli impegni impongono la sveglia alle 5.30. Prima di dedicarsi alle carte d’ufficio Paolo distribuisce il foraggio e conduce nella camera di mungitura le sue 150 mucche.

Le cuccette anguste, che impedivano la deambulazione, sono state sostituite con le lettiere di paglia nello spazio aperto, secondo i vecchi costumi. Alla razza frisona è stata affiancata quella jersey, più piccola, produttrice di meno latte ma di qualità superiore, più resistente alle malattie e al caldo, e soprattutto capace di ridurre drasticamente il consumo di acqua e foraggio. Grandi campi di mais circondano l’azienda, sono interamente dedicati alla produzione di foraggio. Il mais viene mescolato al fieno di loietto, che lo sostituisce stagionalmente nella coltura, e integrato con erba medica, soia, fioccato di mais e orzo, un pastone dall’odore alcolico che viene compattato in grandi vasche rettangolari. I campi non sono stati diserbati, né hanno conosciuto insetticidi o fitosanitari: “Abbiamo portato avanti la lunga e costosa sperimentazione del bacillus turingensis, con risultati sorprendenti. La spora di fungo bacillus è completamente innocua sia per l’uomo che per gli insetti utili, mentre colpisce le larve liberando delle tossine che danneggiano l’apparato digerente, portandole alla morte in pochi giorni. Era già utilizzata in Sardegna per noccioleti e altre colture”.

Anche i metodi di irrigazione seguono la stessa filosofia sostenibile. La tipologia di mais è stata selezionata per la scarsa esigenza d’acqua. Vengono utilizzati i sistemi a goccia: “Abbiamo capito che non conviene, sia per la lisciviazione dei tratti che finiscono in falda, sia perché tutte le

sostanze nutrienti presenti nel terreno vanno perdute. Bisogna dare acqua solo quando serve. La sensibilità dei nostri consumatori si sta orientando verso prodotti che garantiscano sostenibilità ai territori”, afferma Pinos.

Fra il 2012 e il 2017 Pinos è stato uno dei protagonisti dei comitati spontanei che guidarono la popolazione di Arborea a imporsi contro il tentativo di perforazione esplorativa da parte della Saras s.p.a, che aveva individuato in prossimità dello stagno di S’Ena Arrubia, sito Ramsar, importanti giacenze minerarie. “La vertenza Eleonora è stata fondamentale per capire che la popolazione è sempre all’avanguardia quando si viene a toccare il tema della salubrità dell’ambiente. La presenza di animali da allevamento in questo fazzoletto di terra è molto forte, e bisogna adottare tutti i metodi possibili per limitarne l’impatto. Dobbiamo gestire con attenzione i reflui zootecnici. Dobbiamo trovare superfici alternative dove concentrare sia lo spargimento che le coltivazioni delle foraggere. Si sta lavorando in questa direzione. Siamo in tanti a portare avanti la stessa visione. Talvolta il problema è veicolare il messaggio a chi per due generazioni ha fatto agricoltura in un’altra maniera”.

L’appartenenza organica al territorio di Paolo si misura anche nel ruolo di guida alle bellezze di S’Ena arrubia per gli alunni delle scuole, e nel suo “albergo”, una sorta di grande voliera che ospita cereopsidi, i cigni neri, l’alzavola brasiliana, l’anatra mandarina, quella carolina, il gobbo della Giamaica e le dendrocigne beccorosso. Costretto dagli impegni ad abbandonare la carica di presidente della LIPU, si occupa ancora di rispondere alle chiamate di chi trova nella zona uccelli in difficoltà. Talvolta soccorsi incauti da parte dei turisti. “Io li allevo in questo laghetto, se sono specie autoctone alla fine del periodo di sviluppo, quando sono in grado di volare, le libero nello stagno”.