A pelo d'acqua, le meraviglie di Santa Giusta e Pauli Maiore

Previous Next

Con due colpi di remo “su ciu” si stacca dal fondo fangoso e mette prua in direzione del canale che collega lo stagno di Santa Giusta a quello di Pauli Maiore. I canneti cingono le rovine del ponte romano e dalla riva accompagnano il borbottio lento del motore. Talvolta l’alveo si stringe e le foglie toccano i volti dei passeggeri seduti accanto agli scalmi dove i remi riposti aggiungono due scie al procedere. La giornata torrida resiste nell’ambra del cielo. Per pochi istanti è il buio fra i pilastri di un ponte, poi ancora la sera. La prospettiva viene forzata all’orizzontalità. Si procede minuscoli in un mondo piatto. Sulla superficie dell’acqua si accendono e svaniscono piccoli cerchi, sono le carpe e i muggini che si trovano nel flusso salmastro. Dietro un’ansa spunta una poppa, poi un’altra. Sono le altre tre imbarcazioni di “A pelo d’acqua”, le escursioni gratuite a bordo delle imbarcazioni dei pescatori di Santa Giusta promosse da Alea Ricerca & Ambiente e FLAG Pescando nella settimana che precede la regata de Is Fassonis.

Franco Mura conduce su ciu attraverso le secche. La mappa mutevole del fondale è solo sua e dei colleghi della cooperativa, Marco Pili, Sandro Pani e Marcello Muroni, che ora avanzano in fila indiana ora possono distendersi a pettine. Maurizio Porcu di Alea, la guida, punta i binocoli sulla sponda sinistra e richiama l’attenzione dei sei visitatori. Lo svasso maggiore rompe la stasi e pedalando sull’acqua prende il volo. In alto volteggiano i gabbiani reali. “Un germano reale!” esclama anticipando i binocoli Ludovica, alla terza uscita sull’imbarcazione del nonno. Un’esperta ormai. Specie preferita dello stagno? “I piranha”. “Una volta però lo stagno è stato visitato da un delfino. Era così a suo agio che son dovuti intervenire i pescatori per restituirlo al mare”, racconta Maurizio. Nel silenzio assorto si spalanca la semicirconferenza del Pauli Maiori. Oltre la linea dei canneti si distendono i campi sulle colline, le file dei covoni di fieno. Risuona il pigolio del beccamoschino, l’airone rosso smuove il canneto e frulla in aria le ali. Dopo la nidificazione, in autunno, abbandonerà lo stagno per tornare con i nuovi nati nelle regioni subsahariane.

Le quattro imbarcazioni convergono sulla sponda, ormeggiano vicine puntellando la prua fra le canne, in modo che il racconto di Porcu sia udibile da tutti i venti escursionisti. Pauli Maiore è uno dei pochissimi stagni in Sardegna a mantenere un grado di salinità molto basso. Ciò permette la crescita del fitocanneto, che coprono buona parte dei 200 ettari complessivi. Un ecosistema perfetto per moltissime specie, sito Ramsar e di interesse comunitario (SIC). L’acqua non supera mai il metro e mezzo di profondità, abbastanza tuttavia da permettere ai pescatori di S. Giusta di raccogliere carpe, anguille, tinche, persici e muggini. “Questi sono giorni di alta marea- interviene Pili dal suo ciu- ed è entrata molta acqua salata dal mare. Avete visto i cerchi sull’acqua? Era soprattutto le carpe, che risalgono la corrente andando a cercare l’acqua dolce”. Il principale immissario è il rio Merd'e Cani, che raccoglie le acque piovane del monte Arci. Fondamentale per la formazione dello stagno costiero, avvenuta nell’ultima era glaciale, quando il livello del mare si è abbassato anche di 160 metri e tutti i fiumi hanno cercato di diminuire la differenza fra il livello del mare e il loro corso. Con l’avvento dell’era interglaciale il mare è risalito invadendo le valli create dai fiumi. Il processo è stato identico per lo stagno di S. Giusta, ma alimentato dal corso del fiume Tirso. L’ossidiana del monte Arci, risalente al neolitico, passando per queste sponde è arrivata fino in Corsica, e da qui in Liguria e Francia.

Sulla via del ritorno a concedersi in volo sono le gallinelle d’acqua e il falco di palude, con le sue piccole, attente circonferenze nei colori dell’imbrunire. Il bertivello e le sue ali di rete sostenute da una sequenza di canne sembrano un’istallazione artistica nell’immobilità dell’acqua. “Anguille, granchi e gamberetti entrano nella trappola senza poter più uscire” spiega Mura, 59 anni, pescatore da 41. “A pelo d’acqua nasce otto anni fa per far apprezzare a locali e turisti la bellezza delle zone umide, visitate non da terra ma dalla prospettiva dei pescatori locali. Un’esperienza unica se si pensa che su ciu viene utilizzato 365 giorni all’anno per lavoro, e solo nella settimana che precede la regata de is Fassonis viene messo a disposizione di chi vuole apprezzare le meraviglie del territorio, e difenderle poi”, afferma Porcu quando ormai s’intravede il ponte romano, annunciato dall’infittirsi dell’obione e della salicornia. Il mare è sempre più vicino.