Oceans Day 2019: Maristanis celebra con l'Istituto Othoca di Oristano

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Il Progetto Maristanis ha celebrato l’Oceans Day 2019 insieme all’Istituto Tecnico Industriale Othoca di Oristano. Il “laboratorio Multimediale delle Zone Umide” ha ospitato sabato 8 giugno decine di studenti, riunitisi per ascoltare gli interventi degli esperti della Fondazione MEDSEA e dell’Area Marina Protetta del Sinis-Isola di Mal di Ventre. Il laboratorio, realizzato nel 2015 dal settore Ambiente della Provincia di Oristano nell'ambito del progetto transfrontaliero "ZOUMATE", è una finestra sui sei siti Ramsar che cingono il golfo. Vetrine, portali, piani interattivi e touch screen guidano studenti e visitatori in un viaggio fra le fragili meraviglie morfologiche, animali e vegetali delle zone umide. Un vero teatro didattico d’avanguardia, dove presto potrà concretizzarsi la convenzione stipulata dall’Othoca e Maristanis: i ricercatori MEDSEA forniranno corsi di formazione sugli ecosistemi delle zone umide ai docenti delle scuole comprese nelle undici municipalità coinvolte dal progetto. Gli incontri saranno aperti anche a un numero importante di studenti delle scuole elementari, medie e superiori.

“Per noi è fondamentale che la popolazione dei territori coinvolti partecipi attivamente al progetto. Una delle nostre strategie é dedicata ad aumentare il grado di consapevolezza delle comunità per il valore ambientale, economico e culturale dei siti Ramsar. Riponiamo grandi speranze in docenti ed alunni”, ha affermato nell’intervento di apertura Vania Statzu, vice presidente di MEDSEA. Vanessa Melas, economista ambientale della fondazione, ha introdotto i ragazzi ai principi dell’economia circolare: “Mentre le risorse del pianeta sono limitate le società partecipano a modelli di sviluppo sempre più orientati allo spreco. Per questa ragione la politica ha a diversi livelli cominciato a rispondere in maniera strutturale al problema della gestione dei rifiuti. Leggi e direttive europee o nazionali sono ormai fondamentali per la tutela dell’uomo e dell’ambiente nel quale vive. Non soltanto dobbiamo sforzarci di smaltire i rifiuti, è necessario riciclare e riutilizzare il più possibile, abbandonare il modello economico lineare in favore di quello circolare. La plastica che usiamo una sola volta tortura gli uccelli per sempre”.

Non solo i volatili, che affamati fanno sosta sulle isole galleggianti di plastica, scambiandole per punti di approdo, ma anche gli abitanti del mare. Le plastiche hanno gravemente danneggiato la pinna anteriore di “Monky” e l’intestino di “Salsiccia”, tartarughe ospiti del CRES, il Centro di Recupero del Sinis dei Cetacei e delle Tartarughe Marine. “Il maestrale porta sulle coste sarde grandi quantità di macro e microplastiche. Abbiamo monitorato le acque sarde, ci siamo spinti fino al Mar Ligure e alle Baleari. Non abbiamo trovato un solo sito immune dal problema delle plastiche” racconta nel video intervista proiettato durante l’incontro Andrea de Lucia dell’IAS, l’Istituto per lo studio degli impatti Antropici e Sostenibilità in ambiente marino del CNR-Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il collega Luca Palazzo si muove fra le vasche dove vengono monitorate in questi giorni dieci esemplari di tartarughe marine. Sono cento ogni anno quelle che giungono, vive o morte, nelle stanze del CRES, parte della Rete Regionale per la Conservazione della Fauna Marina in Sardegna.

“Oggi sappiamo che le microplastiche sono presenti anche nel sale da tavola, e che gli ftalati (agenti plastificanti, ndr) capaci di rendere morbide le pellicole utilizzate per gli alimenti sono cancerogeni. Purtroppo molte innovazioni rivelano solo dopo molti anni il loro portato negativo sull’ambiente e la salute”, aggiunge nel suo intervento Maria Pala, dott.ssa in scienze ambientali di MEDSEA. La reazione di docenti e alunni è palpabile quando sfilano sullo schermo le immagini che rendono concrete e vicine le conseguenze dell’indiscriminato utilizzo di plastica usa e getta, i capodogli uccisi dai rifiuti o la spiegazione di come la biomagnificazione (il processo di accumulo di sostanze tossiche negli esseri viventi) porti alla concentrazione massima di veleni nei predatori in cima alla catena alimentare, tonni e pesci spada in mare, gli esseri umani nel passaggio alla terra ferma.

 

Negli ultimi anni è diventato uno dei simboli dell’aggressione portata dagli uomini alla Terra il “Great Pacific Garbage Patch”, settore dell’Oceano Pacifico dove le correnti ammassano i rifiuti fino a comporre un’isola galleggiante vasta quanto la penisola iberica. Ma, ha avvertito gli studenti Ante Ivcevic, dottorando di ricerca in Scienze della Terra all’università di Marsiglia e collaboratore di MEDSEA, lo stesso fenomeno si presenta nel Mediterraneo, dove lo Scirocco nella stagione invernale accumula sulle coste adriatiche tonnellate di rifiuti, trasformando le spiagge, talvolta appendici di importanti parchi nazionali, in desolanti discariche. “Non solo plastica. Sulle nostre sponde arrivano anche i meteotsunami, onde create dagli sbalzi di pressione che possono raggiungere i sei metri e sono talvolta devastanti per le popolazioni della costa” spiega Ivcevic, che passa poi a includere il freddo maggio europeo nel più vasto fenomeno dell’alterazione globale del clima.

Giorgio Massaro, biologo marino della squadra MEDSEA, ha accompagnato gli studenti nel mondo delle tecniche e tecnologie di monitoraggio del mare. Sonde, droni, ROV (veicoli guidati a distanza) necessari per individuare le zone in pericolo: “La pesca a strascico sul fondo distrugge distese di corallo cresciute nei secoli, devasta gli habitat e la fauna ittica, è in grado di sollevare detriti che arrivando in superficie possono essere visti perfino dallo spazio”. Fra gli eroi della difesa del mare Massaro sceglie le donne, la conservazionista americana Julie Packard, la fotografa Anne de Carbuccia, le italiane Mariasole Bianco e Francesca Santoro, rispettivamente biologa ed esperta in sviluppo sostenibile. Tutte eredi della pioniera Rachel Carson: “Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell’universo attorno a noi, meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo” scrisse la biologa marina americana.

Dalla storia si torna alla contemporaneità con Massimo Marras, direttore dell’Area Marina Protetta del Sinis-Isola di Mal di Ventre: “Dobbiamo monitorare e studiare costantemente per affrontare i pericoli che minacciano il nostro ecosistema, i metodi aggressivi della pesca che portano all’estinzione delle specie. Ma soprattutto, come comunità, dobbiamo capire che la sua tutela comincia ogni giorno nel gesto individuale, al supermercato quando evitiamo di acquistare prodotti di plastica usa e getta, dei quali il mare non si libera più”.