I pescatori di Cabras: lo stagno è la nostra casa

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“Bisognerebbe fermare il mare”, afferma ironico ed esausto Danilo, quarantaquattro anni e trenta trascorsi a pescare in mare o nello stagno di Cabras, seduto ora nell’automobile ad aspettare il cambio della guardia. Si è sollevato il vento e le barchette vacillano ormeggiate in riva. “Su Scaiu” è il tradizionale scalo dei pescatori, una delle pescherie al dettaglio e la costruzione che custodisce le attrezzature. “Prima la pesca si cominciava a settembre, ora a marzo. Tutto è stato sfruttato per decenni in modo intensivo, e ora ne paghiamo le conseguenze. La pioggia è irregolare, muoiono i canneti e cambiando la salinità dell’acqua alcune specie si estinguono. Oggi per esempio è impossibile tirar su un gattuccio maculato”, spiega Danilo, che ha da poco terminato un turno di diciotto ore. “Noi facciamo del nostro meglio. Rispettiamo il novellame, abbiamo cura dello stagno, è la nostra casa, ma è un problema più grande di noi, e nonostante le sovvenzioni a stento riusciamo a vivere”.

È Carlo invece a tenere d’occhio la vecchia Peschiera Pontis, distante solo pochi chilometri dal molo. Anche lui attende seduto in macchina, anche lui viene da lunghe ore di lavoro: “I cormorani sono un bel problema, mangiano tutto il novellame e ci lasciano pochissimo. Il ristorante- dice indicando l’attività d’ittiturismo annessa alla peschiera- copre appena le spese di gestione. È come avere l’oro in mano e non riuscire a trasformarlo in ricchezza”. Carlo, come Danilo, è socio di una delle undici cooperative che costituiscono il Consorzio Pontis, concessionario dal 1993 della pesca nello stagno di Cabras. Lungo i canali della vecchia peschiera si può ancora immaginare l’antico metodo, il pesce spinto nelle camere di cattura, costruite con le canne. Lo stagno ospita il Mugil chephalous, localmente noto come “Birrottalla”, e il Liza ramada, conosciuto come “Bidimbua”. Ma anche, sebbene in minori percentuali, il Liza saliens (Muggine musino), il Chelon labrosus (Muggine bosega), e il Liza aurata (Muggine dorato). Dal Birrottalla e dal Bidimbua si ottengono le uova necessarie alla produzione della famosa bottarga di Cabras, processata nello stabilimento del Consorzio insieme all’altro prodotto tipico, il filetto affumicato. Oggi la pesca viene svolta nella più moderna peschiera di Sa Madrini, a pochi chilometri dalla vecchia costruzione Pontis, luogo di memoria e identità per i cittadini di Cabras.

“Chiamato stagno, quella di Cabras ha in realtà le caratteristiche di una laguna. Un sistema unico che una volta era legato allo stagno di Mistras e al golfo di Oristano. La salinità dell’acqua è influenzata sia dalle maree che dal rio Tanui e dal Rio Mare Foghe, che attraversa Riola Sardo, Nurachi e Zeddiani. Acque di transizione quelle della laguna. La variazione della salinità è centrale nel determinare la presenza delle specie ittiche”, spiega Giorgio Massaro, biologo della Fondazione MEDSEA impegnato nel progetto MARISTANIS che da anni lavora sull’ecosistema delle zone umide di Cabras.

I pescatori posso influenzare le condizioni della salinità agendo sulla zona di Mare Pontis e del canale scolmatore. A Mare Pontis, in prossimità della peschiera, esistono quattro canali che legano la laguna allo scolmatore. Da qualche anno lo scambio d’acqua avviene anche attraverso una paratia presente nel canale scolmatore, costruito per evitare che le piene del Rio Tanui e del Rio Mare Foghe allagassero Cabras, e in particolare alcune zone della municipalità, conosciute come “Veneziedda”. Ultimamente, per aumentare lo scambio d’acqua fra mare e laguna, è stata aperta una piccola chiusa nel sistema scolmatore.

“Ma ciò si è reso necessario proprio perché il canale scolmatore ha aumentato sensibilmente il grado di salinità. Certamente sarebbe necessario un costante monitoraggio del grado di salinità e dell’ossigeno per tutelare le specie dello stagno e articolare le attività di pesca”, continua Masaro.

“Era tutto diverso ai tempi di don Efisio Carta, l’antico proprietario”, racconta Peppino, che ha raggiunto Carlo per aiutarlo in alcuni lavori di manutenzione. “Adesso siamo costretti a rincorrere il mercato, concentrando le attività fra marzo e settembre, in coincidenza con la stagione turistica. D’inverno ci occupiamo solo della manutenzione e cerchiamo di impedire la pesca di frodo. I cambiamenti climatici hanno aggiunto i cormorani migranti a quelli stanziali, con importanti conseguenze. Così come il canale scolmatore. L’acqua dolce favoriva la crescita dell’erba, fondamentale per la mangianza di muggini e spigole. Ora invece abbiamo “sa groga”, creata dall’eccessiva salinità, che peggiora ulteriormente il passaggio d’acqua”, dice Peppino indicando le concrezioni presenti appena sotto il pelo dell’acqua. “Sa groga” è il ficopomatus enigmaticus, una concrezione calcarea formata dall’accumularsi delle strutture esterne di larve che proliferano in ambienti salini. “Dovremmo cercare di migliorare e diversificare la produzione –continua Peppino- ma per farlo abbiamo bisogno di lavorare sulla formazione del personale, e di un monitorare più attentamente gli equilibri della laguna”.