Friends of Maristanis

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“Sei pazzo, mi hanno detto quando ho deciso di acquistare questi terreni. Erano i primi anni ’70. Insieme a Piscinas, l’area costituiva il più grande deserto d’Europa. La bonifica dell’ETFAS (Ente Trasformazione Agraria e Fondiaria Sardegna ndr) eliminò le dune mobili, comunque erose dal vento, negli anni ’50, procedendo poi alla piantumazione dei pini a San Vero Milis e Narbolia.

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“Ho aperto nel 2015, quando ormai mi trovavo da tre anni senza lavoro. Per diciotto anni avevo insegnato nuoto nella piscina comunale di Oristano. Poi i lavori di ristrutturazione l’hanno tenuta chiusa per cinque anni. La casa offriva tanto spazio, e io avevo bisogno di trovare un lavoro che mi mettesse a contato con la gente. Così ho dato avvio ai lavori, e con l’aiuto di mia figlia Francesca ho cominciato la bella avventura a Terre del Sinis”. Rita Circu racconta seduta davanti alla camera “caprifoglio”, dedicata come le altre alla vegetazione che popola il suo amato Sinis. Intorno il giardino disseminato di monumenti contadini, l’antica mola per il grano, l’orcio, l’abbeveratoio per gli animali diventato fioriera.  

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“Carola aveva cinque anni nel 2014. Prendeva sonno mentre io e Luigi cercavamo il nome adatto per l’affittacamere, la nostra nuova avventura. Io ho una passione per le torri che si trovano lungo le coste della Sardegna, così cercavamo ispirazione partendo da uno dei loro nomi. Carola disse: mamma, la torre più bella è Torremana…intendendo Torre Manna, ovvero Torregrande, la grande costruzione spagnola che annuncia la marina di Cabras. Solo dopo abbiamo scoperto che Torremana è anche un cognome sudamericano”.  

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Mio padre era di Oristano, mia madre di Cabras. Ho trascorso qui tutte le estati dellinfanzia, con i parenti, in giro per le meraviglie di questa terra. L’idea di far nascere Aquae Sinis è del 2007. Due delle quattro strutture che oggi compongono l’albergo diffuso mi sono state lasciate in eredità dai nonni. Contenevano le botti di vino, gli utensili.

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Lo spesso manuale è aperto sulla pagina delle confetture. Segni e linee interrogano la ricetta, sono la prima forma di un processo di adattamento, di riformulazione. “Mi prendevano in giro all’inizio, quando ho piantato gli albicocchi in mezzo ai calcinacci del cantiere. Dopo due anni già grondavano di frutti. Scherzando dico sempre che è per via del pollaio di zia Maria, copriva quest’area del giardino prima che tutto cambiasse”, racconta Daniela Meloni. 

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