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Libertà, passione, natura: un pomeriggio di pesca a Marceddì

Il branco non si manifesta con il guizzo di un pesce. Anche nell’acqua grigia mossa dal maestrale Giovanni intuisce un movimento, un gorgo. Ferma la barca dove lo stagno di Merceddì tocca le paratoie del ponte. Oltre le feritoie della vecchia struttura battono le onde del mare aperto. “Questo punto è buono”, dice Giovanni. Poi solleva dal fondo della barca, un “ciu” nuovissimo e azzurro, il primo capo delle reti, legato a un galleggiante. La “Margiaga”, crasi di Marica, Gianluca e Gabriele, figli di Giovanni, parte rapida sulla superficie ruvida dello stagno.

Con una mano Giovanni gestisce velocità e direzione, con l’altra facilita il dipanarsi della grande matassa che occupa il centro dell’imbarcazione. I piccoli galleggianti circolari che puntellano il filo della rete battono sul bordo in prossimità dello scalmo, cadono in acqua diventando i puntelli della grande trappola disegnata in movimento. Una spirale, una vasta circonferenza, un’altra spirale: “I pesci percorreranno le pareti in cerca di una via d’uscita. Seguendole finiranno nella prima spirale, quella più stretta”. Gettato in acqua anche il secondo galleggiante Giovanni inserisce i remi negli scalmi e prende a percorrere gli spazi vuoti fra una voluta e l’altra della rete, a smuovere l’inerzia dei pesci.

Siamo partiti mezzora prima dalla rimessa dello stagno che ospita le barche del Consorzio di pesca Marceddì, della quale è parte la cooperativa “Torre Vecchia” di Giovanni. Pochi metri dalla “Terza Peschiera”, unita dal ponte allo spiazzo del Museo del Mare. Lungo gli argini si susseguono i piccoli moli, ingombri di reti, nasse e altra attrezzatura. Tredici membri nella cooperativa, 113 nel Consorzio. Giovanni Spanu, 42 anni, pescatore da 12, a gennaio è stato eletto presidente del consorzio, carica che ha dovuto rifiutare per questioni familiari. Rimane nel consiglio di amministrazione: “Ho imparato tanto, ma resta ancora tanto ancora da conoscere”. Il motore della Margiaga procede al minimo in uscita dal porticciolo spontaneo, deve evitare secche e rocce nascoste sotto la superficie torbida. Per i pescatori il compendio di Marceddì, San Giovanni e Corru S’ittiri è una mappa senza misteri. Ogni luogo è descritto da un nome, ogni tratto possiede una specificità.

“Oggi andiamo a fare quella che noi chiamiamo ‘postura’”, spiega, lasciando i dettagli all’esperienza imminente. La postura si fa fra mezzanotte e le otto del mattino, quando lo stomaco dei pesci è pulito. In una postura le reti possono essere lanciate dieci, quindici volte. “Dipende da tanti fattori, vento, correnti, temperature, fortuna…a volte salpando la prima volta tiri su due quintali. A volte per due settimane giri lo stagno pescando solo pietre”. Il fatto che la postura sia illuminata soltanto da una piccola torcia legata da un elastico alla fronte racconta quanto stagno e pescatori diventino con il tempo una cosa sola.

Cabotando la costa si arriverebbe presto al sito dove sorse la mitica “Neapolis” descritta da Plinio e Tolomeo. “A febbraio il consorzio ha cominciato la pulizia del litorale. Abbiamo continuato anche durante la quarantena, trovando di tutto: pneumatici, plastica, ferri di ogni genere. Abbiamo oro in mano e non riusciamo a capirlo. Qualche tempo fa tre turisti francesi, un uomo e due donne armati di macchina fotografica mi hanno visto lavorare alle reti sul molo. Hanno insistito così tanto perché li portassi a fotografare gli uccelli della palude che alla fine ho acconsentito. Non potevano credere ai loro occhi. Naturalmente non ho permesso loro di pagare. Ma mi hanno fatto venire un’idea. Non appena sarà pronta la documentazione neccessaria comincerò qui a Marceddì una piccola attività di pesca-

turismo. Andremo in giro per lo stagno, i turisti parteciperanno alla pesca. Poi cucineremo a casa mia, poco distante da qui. A cento metri, pacificamente opposta al vento su una lingua di sabbia, si intuisce la macchia rosa dei fenicotteri. Con la quarantena il lavoro è andato dimezzandosi. Nessuna ordinazione dai ristoranti, poche quelle delle pescherie, rari coloro che si sono recati al molo per l’acquisto diretto. “Ho perso anche tutto il lavoro fatto nelle scuole, 90 bambini in tre asili diversi”, racconta Giovanni, che dedica gratuitamente una mattina a settimana alla sua altra grande passione, lo judo che lo ha fatto grande agonista, maestro e viaggiatore per le competizioni europee.

Viene il momento di salpare le reti. Diamo maldestramente una mano, cercando di tenere con il remo la barca sul lato più utile alla raccolta. Mormore, saraghi, muggini, seppie, spigole, orate e salpe, che Giovanni sventra con il pollice e regala ai gabbiani, fulminei nel fiondarsi sul pasto inaspettato, e nell’ingollarlo con un rapido movimento. Le salpe hanno sempre le interiora sporche, spiega, non sono commercializzabili. Oggi, viste le condizioni, Giovanni ha utilizzato is “ungiasa”, le reti da 9. Di solito usa quella da 7 e 8, a maglie più larghe: “Sono contrario alle maglie strette, vanno utilizzate con cautela e solo in certi periodi. Dobbiamo preservare il novellame, per il bene del nostro lavoro e dell’ambiente”. Le reti regalano anche alghe, meduse (necessario voltarsi, anche una goccia d’acqua infetta sul viso può trasformarsi in una corsa al pronto soccorso), e frammenti di “groga”, il ficopomatus enigmaticus, una concrezione calcarea formata dall’accumularsi delle strutture esterne di larve che proliferano in ambienti salini. Un segno pericoloso dell’incremento del grado di salinità.

Non ci saranno altre posture oggi, e la rete verrà messa in ordine al molo, da una parte i galleggianti, dall’altra i piombi. “Non viviamo certo nel lusso, la pesca a volte è misera, a volte è ricca. Ma quando arrivo qui dimentico tutto. Qui non ho padroni, solo molta fatica, e molte soddisfazioni. Molte persone mi chiedono come mai dopo il diploma di perito commerciale e un passato in marina abbia scelto questo mestiere. Io rispondo che il mio posto è qua, non importa se il lavoro è faticoso l'importante è stare bene con se stessi, lavorare per migliorare il nostro piccolo mondo. A volte Gabriele, che ha sei anni, viene a farmi compagnia. Io ho imparato da Virgilio, un vecchio pescatore dello stagno. Oggi ha più di ottant’anni. Potreste lasciarlo in qualsiasi punto del mare aperto, tornerebbe senza problemi, col solo lavoro dei remi”.

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