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    Il canneto è d’oro nella prima luce del mattino. Intorno resiste ancora, effimero, il grigio metallico dell’alba. Una pozza d’acqua circonda l’esile tronco di un giovane albero, là dove la piccola massicciata si solleva per diventare il sentiero, separato nei solchi del camminamento da una lunga striscia d’erba. Uno stormo di pavoncelle passa fluttuando nelle sue morbide esitazioni. 

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    L’atelier di Marco Pili è un bianco parallelepipedo disteso nella silenziosa periferia di Nurachi. Tre segmenti di semplice tenda verde precludono alla strada il primo ambiente, dove le tele giacciono a decine poggiate sul muro e i totem dedicati a is launeddas sono raccolti come persone in attesa del bus. Su un arco di ferro bruno pendono delle campane che suonano se toccate dal vento. Fra questa sezione e l’identica e successiva due ampie vetrate racchiudono uno spazio di ghiaia scoperto che ospita macchie secche di colore e un cactus.

    La bellezza delle terre d’acqua in uno scatto: in occasione della giornata mondiale delle zone umide 2020, la Fondazione MEDSEA promuove l’estemporanea di fotografia “24 ore per raccontare la biodiversità dei 6 siti Ramsar del golfo di Oristano”.

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    Il piccolo fuoristrada si inoltra nel tratturo che accompagna le sponde della laguna di Mistras. Passano i canneti, le salicornie, sfilano gli alberi in un rettilineo ombroso. Poi il passaggio si spalanca nello specchio d’acqua appena sfocato dal maestrale. La moltitudine rosa dei fenicotteri contribuisce a puntellare l’illusione di immobilità. La posta viene interrotta dal passaggio del falco pescatore, che attraversa l’azzurro freddo di gennaio superando il primo e il secondo posatoio.

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