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Per Sara Mirai è stata una porta chiusa nel mondo dell’estrazione mineraria ad aprire quella che si affaccia sul mercato della cosmesi: “lavoravo per una grande multinazionale. Quando questa è stata assorbita da un altro colosso tutti i contratti a tempo determinato sono stati interrotti. L’idea di avventurarmi nel mondo della cosmesi è stata pura reazione”.

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Luci e ombre si contendono la chiesa di Santa Sofia, immersa nella quiete del mattino. Il sole scalda l’arenaria dell’alto campanile, lo esalta contro il cielo azzurro. La facciata resta in ombra, spicca il rosone gotico cerchiato di mattoni rossi, un grande occhio attento sulla simmetria dei portoni. Nessuno percorre le strade del centro di San Vero Milis, uno dei centri più ricchi di storia fra quelli che toccano le terre d’acqua di Maristanis.

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I neofiti scendono con riluttanza gli scalini che danno accesso al lavoriero, la gabbia in cui vengono intrappolati i pesci. L’acqua torbida segna la profondità sulle magliette. I pescatori li aiutano ad accogliere la rete, che Paolo dipana e porge dalla sponda rialzata. Su pezzu, la rete attraversata agli estremi da fini tronchi di legno e misurata secondo l’antica tradizione con i passi, diventa fra le braccia sospese al busto un velo di raccolta concentrato nell’estremità della V dove termina uno dei segmenti convergenti della camera di cattura. 

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È quasi come se la macchia si aprisse solo al passaggio, e fosse pronta poi a richiudersi, come acqua. Dall’intrico basso e compatto si solleva uno sciame di piccoli uccelli in fuga. Si spargono nel terso cielo autunnale per posarsi e nascondersi all’unisono in un altro punto nel mare di cespugli. Il maestrale, che qui è solito battere furibondo, oggi è solo negli arbusti, obbligati verso l’entroterra come fosse la mascagna in un volto. Poi la coltre si dirada, spunta la vecchia casa di don Efisio carta, la torre spagnola, e il mare luminoso disteso fino all’orizzonte.

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Pur distratto dall’attività di pesca l’airone cinerino conserva la solennità del guardiano di frontiera. Gracile, elegante e austero osserva la canoa superare la sua postazione su roccia ed entrare in laguna. Il passaggio radente non lo disturba. Forse ha interiorizzato la strana figura centaura e la parità d’altezza, traducendole in un’assenza di pericolo, in nobile disinteresse.

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“Sei pazzo, mi hanno detto quando ho deciso di acquistare questi terreni. Erano i primi anni ’70. Insieme a Piscinas, l’area costituiva il più grande deserto d’Europa. La bonifica dell’ETFAS (Ente Trasformazione Agraria e Fondiaria Sardegna ndr) eliminò le dune mobili, comunque erose dal vento, negli anni ’50, procedendo poi alla piantumazione dei pini a San Vero Milis e Narbolia.

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Il branco non si manifesta con il guizzo di un pesce. Anche nell’acqua grigia mossa dal maestrale Giovanni intuisce un movimento, un gorgo. Ferma la barca dove lo stagno di Merceddì tocca le paratoie del ponte. Oltre le feritoie della vecchia struttura battono le onde del mare aperto. “Questo punto è buono”, dice Giovanni. Poi solleva dal fondo della barca, un “ciu” nuovissimo e azzurro, il primo capo delle reti, legato a un galleggiante. La “Margiaga”, crasi di Marica, Gianluca e Gabriele, figli di Giovanni, parte rapida sulla superficie ruvida dello stagno.

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“Ho aperto nel 2015, quando ormai mi trovavo da tre anni senza lavoro. Per diciotto anni avevo insegnato nuoto nella piscina comunale di Oristano. Poi i lavori di ristrutturazione l’hanno tenuta chiusa per cinque anni. La casa offriva tanto spazio, e io avevo bisogno di trovare un lavoro che mi mettesse a contato con la gente. Così ho dato avvio ai lavori, e con l’aiuto di mia figlia Francesca ho cominciato la bella avventura a Terre del Sinis”. Rita Circu racconta seduta davanti alla camera “caprifoglio”, dedicata come le altre alla vegetazione che popola il suo amato Sinis. Intorno il giardino disseminato di monumenti contadini, l’antica mola per il grano, l’orcio, l’abbeveratoio per gli animali diventato fioriera.  

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