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Oristano, 10/02/2021 – Dieci comuni dell’Oristanese, l’Assessorato della Difesa dell’Ambiente della Regione Sardegna, la Provincia di Oristano e il Consorzio di Bonifica Oristanese si impegnano per la tutela delle zone umide del Golfo di Oristano e della Penisola del Sinis verso uno sviluppo più sostenibile del loro territorio. 

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Il nuraghe di S’Urachi è un viaggio nel tempo e nel mistero che si disvela, un esercizio da porgere al pensiero per tenerlo attento sulla meraviglia della storia, sul ruolo che questa ha nel presente, sui possibili sentieri del futuro. Il cielo basso e grigio avvolge la campagna di San Vero Milis, le impone un’atmosfera di brughiera. Il nuraghe è un grumo di terra e sassi ricoperti di muschio secco, che si solleva incospicuo accanto alla strada provinciale. 

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Nikole osserva in sella alla tavola il limbo grigio dove nascono le onde, schiacciato nella prospettiva sull’orizzonte. Il maestrale spazza le coste occidentali della Sardegna, il cielo è un capriccio di azzurro e nuvole torbide, basse. La serie si scioglie in un grumo compatto di creste che avanzano indistinte e si manifestano in parete sul picco. Nikole lascia passare la prima, troppo irruenta, ripida, ma gira la tavola e vi si distende.

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Impossibile passare. Le transenne impediscono l’immissione nell’ultimo tratto della strada statale 49, quello che conduce alla peschiera e all’idrovora Sassu. Il disastro dello stagno di S’Ena Arrubia lo avevano annunciato lungo la strada alcuni campi della piana di Arborea. Sulle coltivazioni annegate si sono posati centinaia di uccelli, come in attesa che l’acqua lutulenta abbandoni lo stagno.

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Per Sara Mirai è stata una porta chiusa nel mondo dell’estrazione mineraria ad aprire quella che si affaccia sul mercato della cosmesi: “lavoravo per una grande multinazionale. Quando questa è stata assorbita da un altro colosso tutti i contratti a tempo determinato sono stati interrotti. L’idea di avventurarmi nel mondo della cosmesi è stata pura reazione”.

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Luci e ombre si contendono la chiesa di Santa Sofia, immersa nella quiete del mattino. Il sole scalda l’arenaria dell’alto campanile, lo esalta contro il cielo azzurro. La facciata resta in ombra, spicca il rosone gotico cerchiato di mattoni rossi, un grande occhio attento sulla simmetria dei portoni. Nessuno percorre le strade del centro di San Vero Milis, uno dei centri più ricchi di storia fra quelli che toccano le terre d’acqua di Maristanis.

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I neofiti scendono con riluttanza gli scalini che danno accesso al lavoriero, la gabbia in cui vengono intrappolati i pesci. L’acqua torbida segna la profondità sulle magliette. I pescatori li aiutano ad accogliere la rete, che Paolo dipana e porge dalla sponda rialzata. Su pezzu, la rete attraversata agli estremi da fini tronchi di legno e misurata secondo l’antica tradizione con i passi, diventa fra le braccia sospese al busto un velo di raccolta concentrato nell’estremità della V dove termina uno dei segmenti convergenti della camera di cattura. 

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È quasi come se la macchia si aprisse solo al passaggio, e fosse pronta poi a richiudersi, come acqua. Dall’intrico basso e compatto si solleva uno sciame di piccoli uccelli in fuga. Si spargono nel terso cielo autunnale per posarsi e nascondersi all’unisono in un altro punto nel mare di cespugli. Il maestrale, che qui è solito battere furibondo, oggi è solo negli arbusti, obbligati verso l’entroterra come fosse la mascagna in un volto. Poi la coltre si dirada, spunta la vecchia casa di don Efisio carta, la torre spagnola, e il mare luminoso disteso fino all’orizzonte.

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